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Long-COVID: nuove indicazioni per la pratica clinica

A distanza di oltre un anno dalla chiusura del Progetto CCM del Ministero della Salute “Analisi e strategie di risposta agli effetti a lungo termine dell’infezione COVID-19 (Long-COVID)”, i dati clinici raccolti nel progetto forniscono nuove indicazioni di interesse per la pratica clinica.



Un ampio studio di sorveglianza clinica, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità con la partecipazione di 30 centri clinici, a cui ha aderito anche la Rete Cardiologica— con il contributo alla raccolta dati da parte di alcuni IRCCS afferenti alla Rete stessa — che aveva già definito le caratteristiche cliniche e i determinanti dei sintomi di Long-COVID persistenti in adulti e adolescenti, ha ora prodotto, in una recente pubblicazione, dati che illustrano le traiettorie dei sintomi nel tempo, estendendo il follow-up originale di circa sette mesi a una media di 15 mesi dall’infezione acuta.

Una prima notizia positiva è che sugli oltre settecento pazienti che a sette mesi dall’infezione acuta ancora presentavano uno o più sintomi persistenti, quasi la metà (44%) risultava libera da sintomi a quindici mesi. Qualche beneficio si osservava anche nei pazienti che rimanevano sintomatici, che con il tempo presentavano una riduzione significativa del numero medio dei sintomi persistenti. Solo pochissimi casi (meno del 5%) riferivano comparsa di nuovi sintomi.

Non tutti i 30 sintomi valutati hanno mostrato la stessa tendenza a scomparire. Più resistenti alla scomparsa sono risultati l’affanno, i disturbi del sonno, l’ansia e i disturbi visivi; in generale, quanto più numerosi erano i sintomi persistenti alla prima valutazione, quanto meno probabile una loro completa risoluzione alla valutazione successiva.

Analogamente, il rischio di persistenza non era uguale per tutti: a maggior rischio di persistenza sono risultate le donne, chi aveva un più alto indice di massa corporea, chi aveva avuto una malattia acuta più severa e un sostegno respiratorio più intensivo, e chi presentava già prima del COVID malattie polmonari croniche, asma o ansia. Il rischio di persistenza si riduceva con l’età, ed in generale con la distanza dall’infezione acuta, un dato questo che conforta sulla tendenza generale dei sintomi di Long-COVID a scomparire nel tempo.

I dati forniscono nuove informazioni per i sanitari e i pazienti che si confrontano con questa complessa condizione, per la quale mancano purtroppo ancora tests diagnostici specifici. La diagnosi di Long-COVID resta infatti tuttora basata sull’esclusione di altre cause, e la ricerca dovrà chiarire i meccanismi e di percorsi, forse multipli, che portano alla grande varietà di manifestazioni possibili.


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